Da molto tempo sono assente e me ne scuso.
In questa estate ho lavorato molto e studiato molto.
Alla fine sono andata in “burn-out”, nel senso che il mio cervello rifiutava di collaborare.
Risultato? il nulla.
Non riuscivo a leggere nulla di serio e impegnativo e tanto meno riuscivo a scrivere due parole di senso compiuto. È come se il cervello si fosse spento e avesse cancellato tutte le informazioni che conteneva, la creatività, la capacità di cogliere informazioni e sensazioni.
Ho quindi preferito starmene zitta, far riposare il mio compagno di lavoro qualche giorno e stare a sentire cosa aveva da dirmi.
Subito si sono presentate idee e opportunità sotto forma di articoli, libri, post di blog, chiacchierate e così via. Quello che ha dato il “la” è stato un articolo di Gianrico Carofiglio su una rivista mensile femminile, in cui si discuteva della capacità di cogliere il meglio dalle situazioni. L’articolo parla di una situazione completamente diversa, ma ha fatto scattare il campanello.
E come per magia ho trovato una marea di informazioni che mi aiutavano a prendere la decisione giusta.
Ho riflettuto.
Ho capito che ho studiato tanto, preso attestati e appunti, letto libri su libri, sempre con l’intento di migliorare le mie conoscenze, di arrivare a soddisfare le esigenze dei clienti.
Ma tutto questo a che mi serve se i clienti non lo sanno? O, peggio, se non sanno chi sono, che esisto?
Oltretutto lo scorso anno e parte di questo li ho dedicati a varie attività e impegni correlati, ma ho capito che non si può fare tutto, soprattutto non lo si può fare bene. Il tempo è quello che è, quindi è stato necessario scegliere.
Finalmente ho le idee chiare, dopo un mese passato tra inserimenti ad asilo e scuola, compiti e nuove esperienze scolastiche (dei miei figli), che mi hanno allontanato dal problema e quindi mi hanno aiutato a rifletterci sopra in modo migliore.
Ho scelto di dedicarmi alle attività che mi danno maggiori riscontri in termini economici e di soddisfazione e lasciare indietro necessariamente le altre.
Ho scelto di dedicare tempo ed energie per dire ai clienti sparsi nel mondo Io ci sono, sono qui, questi sono i miei servizi che possono aiutarti.
In termini di ottimizzazione, sono costretta a lasciare in un angolo (spero temporaneamente) il blog MammaScienziata e le attività ad esso correlate in scuole e baby-parking. Inoltre, questo blog a brevissimo si sposterà, diventando appendice del mio sito BarraTraduzioni e cambiando quindi nome.
Questi cambiamenti per me significano poter offrire contenuti migliori e più frequenti, facilitando la gestione di tutto “l’apparato”.
Senza sapere che altre colleghe stavano pensando, proprio in questi giorni, alla collezione autunno-inverno in termini professionali, ho deciso anche io di cambiare rotta.
Ho deciso di dedicarmi maggiormente a “fare rete”, a conoscere persone e a parlare con loro, a collaborare con colleghi e professionisti di altri settori.
Sono pronta a iniziare l’avventura, spero continuerete a seguirmi.
Un ponte tra le lingue, la scienza e il mondo IL BLOG SI E' SPOSTATO! LO TROVATE SU blog.barratraduzioni.it
Visualizzazione post con etichetta daily life. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta daily life. Mostra tutti i post
25 settembre 2013
22 luglio 2013
Sei cose che ho imparato dal lavoro (freelance)
Proprio in questi giorni, ormai 10 anni fa, discutevo la mia tesi di laurea e mi guadagnavo il sudato documento che mi avrebbe spalancato le porte del mondo lavorativo. O almeno, così pensavo fiduciosa, a 24 anni, una laurea in tasca e già stavo facendo uno stage.
Sempre in questo periodo, 5 anni fa, decidevo di dire addio al lavoro dipendente e mi buttavo nel fantastico mondo dei freelance!
In questi anni, soprattutto in quelli da freelance, in cui il lavoro te lo devi andare a cercare quotidianamente, ho capito alcune cose del lavoro e sul lavoro. Negli USA vanno molto di moda le liste: 10 motivi per..., 5 modi per..., 7 cose che...
Eccovi la mia lista a 6 punti:
1. Non aspettare che il lavoro mi arrivi a casa
Questa è la prima dura regola che ho imparato da quando sono freelance, ma anche una delle più entusiasmanti. Subito dopo la laurea ho cominciato a mandare decine, centinaia di CV, consapevole del fatto che se non mi facevo notare nessuno sapeva della mia esistenza. Da allora continuo, anche se oggi lo spirito e il metodo sono diversi.
Il succo del discorso è che bisogna farsi notare, fare marketing di se stessi, essere proattivi e presenti ovunque.
Diciamo sempre la nostra professione, sia che siamo ad un evento professionale o in coda dal medico.
Teniamoci aggiornati sugli argomenti salienti, teniamo le antenne dritte, proponiamoci senza vergogna.
Se i potenziali clienti non sanno chi sei, come fanno a chiamarti?
2. Non essere modesta
Una volta mi vergognavo ad andare bene a scuola, non volevo passare per la secchiona di turno.
Adesso sono ben conscia di quanto valgo (Perché io valgo!) e non è giusto cercare di nasconderlo. Se ho studiato per anni, frequentato corsi, fatto esperienza, lavorato e sudato, perché nasconderlo?
3. Non farsi sottovalutare
Questo aspetto va di pari passo con il precedente.
Forse ad un avvocato o a un medico il potenziale cliente chiede riscontri su laurea, specializzazioni, casi risolti/diagnosi azzeccate?
Allora perché devo fornire referenze, dare prova di quello che so fare? Se lavoro da 10 anni e ho molti clienti soddisfatti questo deve bastare. Se non ti fidi, vai pure da un altro. Non devo di sicuro giustificare la mia parcella, le mie competenze, il mio modo di lavorare.
E di conseguenza devo farmi pagare il giusto.
Come ha detto Barbara Damiano al MomClass di maggio: "se lavori gratis, allora vali gratis".
Se il cliente vuole un lavoro gratis o quasi, si rivolga altrove.
Gli anni spesi a studiare e imparare non devono essere a fondo perduto, ma un investimento per il futuro. Prima o poi devo rientrare dell'investimento fatto.
4. Non aspettare che gli altri si ricordino di pagarmi
Il cliente medio ti tempesterà di telefonate/e-mail finché non gli hai consegnato il lavoro (anche se stai rispettando le scadenze), ma misteriosamente si dimenticherà di te una volta ricevuta la fattura.
Fortunatamente non tutti sono così, ma spesso è bene fare un piccolo promemoria al cliente. Non dico di insultarlo perché il pagamento era a 30 giorni e il 31esimo non ho ancora i soldi in banca. A volte ci sono ritardi dovuti alla burocrazia della banca. Però nemmeno aspettare che si ricordi il cliente.
Dopo qualche giorno dalla scadenza, sollecitare gentilmente il pagamento.
Se non funziona, passare alle maniere forti.
5. Non essere troppo disponibili
I clienti, in questo periodo di crisi soprattutto, vanno catturati e coccolati. Bisogna essere disponibili e flessibili.
Ma se il cliente ti telefona alle 20 mentre stai cenando, o ti manda una mail urgente il venerdì a mezzanotte per un lavoro che gli serve per lunedì alle 8, a meno che tu non sia un medico del pronto soccorso o il responsabile della sicurezza di una centrale nucleare, non rispondere.
Se hai bisogno del tuo avvocato e lo chiami il sabato sera, per caso ti risponde? E se non ti risponde lo cambi?
Se siamo troppo disponibili, diamo l'idea di essere poco professionali, di non ritenere importante la nostra vita professionale e quella privata, di avere poco lavoro.
Alla fine il cliente ci cerca "perché tanto quello dice sempre sì in qualsiasi momento", non perché siamo professionali e facciamo bene il nostro lavoro.
No al professionista zerbino!
6. Fare rete
Ne sono sempre più convinta, pur essendo una persona solitaria e poco socievole. Più gente si conosce meglio è. Amici, parenti, conoscenti, amici degli amici, vicini dei colleghi, ecc. tutti possono diventare nostri clienti.
Ed è bello fare rete anche tra professionisti, invece di farsi le scarpe e rubarsi il lavoro a vicenda.
E voi, cosa avete capito dal lavoro?
Sempre in questo periodo, 5 anni fa, decidevo di dire addio al lavoro dipendente e mi buttavo nel fantastico mondo dei freelance!
In questi anni, soprattutto in quelli da freelance, in cui il lavoro te lo devi andare a cercare quotidianamente, ho capito alcune cose del lavoro e sul lavoro. Negli USA vanno molto di moda le liste: 10 motivi per..., 5 modi per..., 7 cose che...
Eccovi la mia lista a 6 punti:
1. Non aspettare che il lavoro mi arrivi a casa
Questa è la prima dura regola che ho imparato da quando sono freelance, ma anche una delle più entusiasmanti. Subito dopo la laurea ho cominciato a mandare decine, centinaia di CV, consapevole del fatto che se non mi facevo notare nessuno sapeva della mia esistenza. Da allora continuo, anche se oggi lo spirito e il metodo sono diversi.
Il succo del discorso è che bisogna farsi notare, fare marketing di se stessi, essere proattivi e presenti ovunque.
Diciamo sempre la nostra professione, sia che siamo ad un evento professionale o in coda dal medico.
Teniamoci aggiornati sugli argomenti salienti, teniamo le antenne dritte, proponiamoci senza vergogna.
Se i potenziali clienti non sanno chi sei, come fanno a chiamarti?
2. Non essere modesta
Una volta mi vergognavo ad andare bene a scuola, non volevo passare per la secchiona di turno.
Adesso sono ben conscia di quanto valgo (Perché io valgo!) e non è giusto cercare di nasconderlo. Se ho studiato per anni, frequentato corsi, fatto esperienza, lavorato e sudato, perché nasconderlo?
3. Non farsi sottovalutare
Questo aspetto va di pari passo con il precedente.
Forse ad un avvocato o a un medico il potenziale cliente chiede riscontri su laurea, specializzazioni, casi risolti/diagnosi azzeccate?
Allora perché devo fornire referenze, dare prova di quello che so fare? Se lavoro da 10 anni e ho molti clienti soddisfatti questo deve bastare. Se non ti fidi, vai pure da un altro. Non devo di sicuro giustificare la mia parcella, le mie competenze, il mio modo di lavorare.
E di conseguenza devo farmi pagare il giusto.
Come ha detto Barbara Damiano al MomClass di maggio: "se lavori gratis, allora vali gratis".
Se il cliente vuole un lavoro gratis o quasi, si rivolga altrove.
Gli anni spesi a studiare e imparare non devono essere a fondo perduto, ma un investimento per il futuro. Prima o poi devo rientrare dell'investimento fatto.
4. Non aspettare che gli altri si ricordino di pagarmi
Il cliente medio ti tempesterà di telefonate/e-mail finché non gli hai consegnato il lavoro (anche se stai rispettando le scadenze), ma misteriosamente si dimenticherà di te una volta ricevuta la fattura.
Fortunatamente non tutti sono così, ma spesso è bene fare un piccolo promemoria al cliente. Non dico di insultarlo perché il pagamento era a 30 giorni e il 31esimo non ho ancora i soldi in banca. A volte ci sono ritardi dovuti alla burocrazia della banca. Però nemmeno aspettare che si ricordi il cliente.
Dopo qualche giorno dalla scadenza, sollecitare gentilmente il pagamento.
Se non funziona, passare alle maniere forti.
5. Non essere troppo disponibili
I clienti, in questo periodo di crisi soprattutto, vanno catturati e coccolati. Bisogna essere disponibili e flessibili.
Ma se il cliente ti telefona alle 20 mentre stai cenando, o ti manda una mail urgente il venerdì a mezzanotte per un lavoro che gli serve per lunedì alle 8, a meno che tu non sia un medico del pronto soccorso o il responsabile della sicurezza di una centrale nucleare, non rispondere.
Se hai bisogno del tuo avvocato e lo chiami il sabato sera, per caso ti risponde? E se non ti risponde lo cambi?
Se siamo troppo disponibili, diamo l'idea di essere poco professionali, di non ritenere importante la nostra vita professionale e quella privata, di avere poco lavoro.
Alla fine il cliente ci cerca "perché tanto quello dice sempre sì in qualsiasi momento", non perché siamo professionali e facciamo bene il nostro lavoro.
No al professionista zerbino!
6. Fare rete
Ne sono sempre più convinta, pur essendo una persona solitaria e poco socievole. Più gente si conosce meglio è. Amici, parenti, conoscenti, amici degli amici, vicini dei colleghi, ecc. tutti possono diventare nostri clienti.
Ed è bello fare rete anche tra professionisti, invece di farsi le scarpe e rubarsi il lavoro a vicenda.
E voi, cosa avete capito dal lavoro?
19 luglio 2013
Il girone dei docenti/formatori
Dovrebbe infatti aggiungere un girone, ma forse non dovrebbe metterlo all'Inferno, ma in un posto più prossimo alla superficie, diciamo nel Purgatorio, magari.
Il girone in questione è fatto da una serie di corridoi infiniti, bui e soffocanti, sui quali si aprono infinite porte di altrettante aule, anch'esse buie e soffocanti, con muri scrostati e oscenità dipinte.
All'interno delle aule, un numero spaventoso di ragazzi e ragazze urlano e ridono, sentono musica e chattano su FB, saltano dai banchi e si lamentano del caldo, dormono e lanciano insulti.
Alcune di queste stanze in realtà sono uffici, surriscaldati e fumosi, con pseudo direttori/dirigenti vestiti alla moda che parlano, parlano, parlano e promettono. Negli uffici tante casseforti. Aperte, vuote, con le ragnatele.
In altri uffici, telefoni impazziti e segretarie rassegnate che organizzano, spostano, sistemano. Qualcuna ripete instancabilmente "poi, ma non so, vedremo, più avanti".
Al centro di questo luogo infernale c'è lui, il povero docente, con la schiena piegata dagli anni di studio e da zaini pieni di titoli, lauree, master, libri, corsi.
Il poveretto ha diffidato dei concorsi pubblici per diventare insegnante, oppure ci ha provato ma non ha perseverato abbastanza. Ha disdegnato un posto più tranquillo al call center sotto casa, accecato dalla superbia del proprio sapere. Ha creduto che a qualcuno di quegli esseri urlanti e indifferenti seduti (più o meno) nelle aule soffocanti di cui sopra importasse quello che aveva da dire.
Risate fuori onda
La punizione divina ha voluto per lui una corsa continua tra un'aula e l'altra, cercando di capire come incastrare corsi e spostamenti in 24 ore senza perderne nessuno. Gli ha dato studenti urlanti e indifferenti per fargli perdere la voce e la pazienza, per dargli, con la rassegnazione, la giusta punizione per quella hybris derivata da un pezzo di carta chiamato laurea/diploma/master.
Gli ha dato enti di formazione che parlano, promettono, chiedono, pretendono...e non pagano, o forse sì, ma poco, o forse abbastanza, ma quando?
Ultimamente ho di nuovo fatto parte anch'io della trista schiera.
La cosa più terrificante e diabolica è che questi peccatori ci ricascano, magari stavolta mi va meglio...
16 luglio 2013
1000:1
E' vero, noi chimici siamo fissati con le diluizioni.
Il titolo di questo post però non fa riferimento a pratiche di laboratorio.
Poiché da due giorni sto con le mani in mano (e non potresti riposarti dopo due mesi tremendi? mi dice una vocina lontana) ho deciso di inviare un po' di curriculum e mail promozionali.
Sono passati dieci anni ormai (esatti esatti dal tanto agognato pezzo di carta cum laude appeso nonmiricordodove), ma la proporzione tra CV inviati e risposte ricevute è sempre la stessa:
Ah, e non sempre la risposta è positiva...
Meditate gente, meditate
Il titolo di questo post però non fa riferimento a pratiche di laboratorio.
Poiché da due giorni sto con le mani in mano (e non potresti riposarti dopo due mesi tremendi? mi dice una vocina lontana) ho deciso di inviare un po' di curriculum e mail promozionali.
Sono passati dieci anni ormai (esatti esatti dal tanto agognato pezzo di carta cum laude appeso nonmiricordodove), ma la proporzione tra CV inviati e risposte ricevute è sempre la stessa:
1000 (cv inviati) : 1 (risposta)
Ah, e non sempre la risposta è positiva...
Meditate gente, meditate
17 maggio 2013
Comunicare la scienza: è importante il come
Nel corso sulla traduzione divulgativa che sto seguendo, abbiamo fatto un lavoro su testi relativi allo stesso argomento ma pubblicati su riviste di tipo diverso.
Abbiamo preso un articolo da una rivista nota di divulgazione scientifica e abbiamo letto un articolo che ha per argomento le neuroscienze.
Sull'argomento abbiamo poi letto i rapporti ufficiali e le fonti di origine, per avere un altro punto di vista e poter fare dei confronti.
Infine, abbiamo letto un articolo sullo stesso argomento su una rivista settimanale di attualità politica, ma sicuramente non di divulgazione scientifica.
Purtroppo e paradossalmente, l'articolo presente sulla rivista scientifica presenta parecchi errori di forma e contenuto.
I dati riportati sono confusi e contraddittori. Chi legge viene portato avanti e indietro in una serie di informazioni (alcune anche non pertinenti) e alla fine non riesce a capire bene di cosa tratti l'articolo e dove si vada a parare. Quasi niente per un articolo, eh?
Le notizie inoltre non hanno molti riferimenti precisi, sembrano più una serie di sentito dire, mentre un articolo scientifico dovrebbe consentire, a chi è interessato, di approfondire l'argomento. Si parla di un progetto e di alcuni detrattori (chi sono? e perché?) in modo generico.
Anche il modo di scrivere è superficiale, contiene termini impropri per il contesto e altri termini, difficili per un lettore di cultura media, non sono spiegati. Il tono del giornalista è paternalistico nei rispetti del lettore.
Tutte cose che un articolo scientifico su una rivista del settore non dovrebbe avere.
Leggendo i rapporti ufficiali del progetto descritto, sembra che l'argomento sia addirittura diverso, come se chi ha riportato e tradotto le informazioni non avesse capito bene di cosa si tratta.
Al contrario, l'articolo sullo stesso studio apparso nel settimanale di attualità politica è molto più simile al rapporto ufficiale sul progetto e descrive con maggiore esattezza i partecipanti, le modalità, le intenzioni e soprattutto lo scopo.
L'articolo esprime con chiarezza i punti di vista dei sostenitori del progetto e dei suoi detrattori, spiegandone i motivi di assenso o disaccordo. Presentando, in modo direi equivalente, i due punti di vista, permette al lettore di inquadrare il tipo di studio, i problemi e i vantaggi ad esso correlato e di farsi un'opinione autonoma.
Ci sono inoltre molti dati oggettivi: cifre, nomi, enti, date. Si tratta di un progetto reale e come tale viene descritto nelle sue parti fondamentali.
L'opinione del giornalista non traspare, egli si limita a riferire i fatti e, appunto, le opinioni dei soggetti interessati o di esperti dell'argomento.
Il titolo è sensazionalistico e fuorviante su entrambe le testate, ma credo che qui si scenda nel marketing.
Questo esercizio mi ha molto sorpreso. Mi sarei aspettata onestamente un approccio contrario per le due riviste. In un settimanale di attualità il lettore è meno interessato alle notizie scientifiche e quindi, se queste non sono del tutto accurate o ben presentate mi sembra meno grave (se vogliamo lasciar perdere l'etica professionale di chi scrive).
Se invece sono appassionato di scienze, acquisto una rivista del settore, seppure destinata ad un pubblico di cultura media, e mi aspetto di trovare articoli chiari e approfonditi o con spunti di approfondimento.
Non ci rendiamo conto che spesso dobbiamo farci un'opinione precisa su alcuni argomenti della scienza, perché possiamo essere chiamati a prendere una decisione per il bene collettivo (gli OGM, il nucleare, l'acqua potabile).
Se chi comunica lo fa in modo errato, in primo luogo dà delle notizie sbagliate e non aiuta il lettore a prendere delle decisioni autonome.
La cattiva comunicazione è uno dei motivi della connotazione negativa che assumono le scienze e gli scienziati nella gente comune.
La scienza è demonizzata come qualcosa di brutto e pericoloso per l'uomo, ma questo per lo più perché le informazioni che vengono date sono sbagliate o sono fornite in modo sbagliato e distorto.
Un altro commento: quando si scrive o si traduce, bisogna avere in mente chi sarà il pubblico di destinazione, quello che leggerà cosa ho scritto/tradotto.
Io, scrittore/giornalista/traduttore devo adattarmi alla cultura, al linguaggio, alle aspettative del mio lettore tipo. Altrimenti fallisco nel mio scopo di comunicare qualcosa a qualcuno.
Questa volta temo che chi ha scritto sulla rivista scientifica abbia dimenticato questo importante aspetto.
Per evitare problemi di vario tipo, non voglio aggiungere altri riferimenti che possano ricondurre alle due riviste e all'argomento dell'articolo. Non è mia intenzione criticare il giornalista che ha scritto uno o l'altro articolo, ma solo prendere spunto da quanto abbiamo letto e discusso nell'esercizio per parlare di una comunicazione corretta della scienza e delle scienze.
Per chi è interessato all'argomento, vi segnalo alcuni articoli/post interessanti:
http://www.mestierediscrivere.com/File/comunicarelascienza.pdf
http://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/03/12/siamo-alle-solite-chimico-non-e-una-parolaccia/
http://ilblogdellasci.wordpress.com/etica-e-chimica/
Abbiamo preso un articolo da una rivista nota di divulgazione scientifica e abbiamo letto un articolo che ha per argomento le neuroscienze.
Sull'argomento abbiamo poi letto i rapporti ufficiali e le fonti di origine, per avere un altro punto di vista e poter fare dei confronti.
Infine, abbiamo letto un articolo sullo stesso argomento su una rivista settimanale di attualità politica, ma sicuramente non di divulgazione scientifica.
Purtroppo e paradossalmente, l'articolo presente sulla rivista scientifica presenta parecchi errori di forma e contenuto.
I dati riportati sono confusi e contraddittori. Chi legge viene portato avanti e indietro in una serie di informazioni (alcune anche non pertinenti) e alla fine non riesce a capire bene di cosa tratti l'articolo e dove si vada a parare. Quasi niente per un articolo, eh?
Le notizie inoltre non hanno molti riferimenti precisi, sembrano più una serie di sentito dire, mentre un articolo scientifico dovrebbe consentire, a chi è interessato, di approfondire l'argomento. Si parla di un progetto e di alcuni detrattori (chi sono? e perché?) in modo generico.
Anche il modo di scrivere è superficiale, contiene termini impropri per il contesto e altri termini, difficili per un lettore di cultura media, non sono spiegati. Il tono del giornalista è paternalistico nei rispetti del lettore.
Tutte cose che un articolo scientifico su una rivista del settore non dovrebbe avere.
Leggendo i rapporti ufficiali del progetto descritto, sembra che l'argomento sia addirittura diverso, come se chi ha riportato e tradotto le informazioni non avesse capito bene di cosa si tratta.
Al contrario, l'articolo sullo stesso studio apparso nel settimanale di attualità politica è molto più simile al rapporto ufficiale sul progetto e descrive con maggiore esattezza i partecipanti, le modalità, le intenzioni e soprattutto lo scopo.
L'articolo esprime con chiarezza i punti di vista dei sostenitori del progetto e dei suoi detrattori, spiegandone i motivi di assenso o disaccordo. Presentando, in modo direi equivalente, i due punti di vista, permette al lettore di inquadrare il tipo di studio, i problemi e i vantaggi ad esso correlato e di farsi un'opinione autonoma.
Ci sono inoltre molti dati oggettivi: cifre, nomi, enti, date. Si tratta di un progetto reale e come tale viene descritto nelle sue parti fondamentali.
L'opinione del giornalista non traspare, egli si limita a riferire i fatti e, appunto, le opinioni dei soggetti interessati o di esperti dell'argomento.
Il titolo è sensazionalistico e fuorviante su entrambe le testate, ma credo che qui si scenda nel marketing.
Questo esercizio mi ha molto sorpreso. Mi sarei aspettata onestamente un approccio contrario per le due riviste. In un settimanale di attualità il lettore è meno interessato alle notizie scientifiche e quindi, se queste non sono del tutto accurate o ben presentate mi sembra meno grave (se vogliamo lasciar perdere l'etica professionale di chi scrive).
Se invece sono appassionato di scienze, acquisto una rivista del settore, seppure destinata ad un pubblico di cultura media, e mi aspetto di trovare articoli chiari e approfonditi o con spunti di approfondimento.
Non ci rendiamo conto che spesso dobbiamo farci un'opinione precisa su alcuni argomenti della scienza, perché possiamo essere chiamati a prendere una decisione per il bene collettivo (gli OGM, il nucleare, l'acqua potabile).
Se chi comunica lo fa in modo errato, in primo luogo dà delle notizie sbagliate e non aiuta il lettore a prendere delle decisioni autonome.
La cattiva comunicazione è uno dei motivi della connotazione negativa che assumono le scienze e gli scienziati nella gente comune.
La scienza è demonizzata come qualcosa di brutto e pericoloso per l'uomo, ma questo per lo più perché le informazioni che vengono date sono sbagliate o sono fornite in modo sbagliato e distorto.
Un altro commento: quando si scrive o si traduce, bisogna avere in mente chi sarà il pubblico di destinazione, quello che leggerà cosa ho scritto/tradotto.
Io, scrittore/giornalista/traduttore devo adattarmi alla cultura, al linguaggio, alle aspettative del mio lettore tipo. Altrimenti fallisco nel mio scopo di comunicare qualcosa a qualcuno.
Questa volta temo che chi ha scritto sulla rivista scientifica abbia dimenticato questo importante aspetto.
Per evitare problemi di vario tipo, non voglio aggiungere altri riferimenti che possano ricondurre alle due riviste e all'argomento dell'articolo. Non è mia intenzione criticare il giornalista che ha scritto uno o l'altro articolo, ma solo prendere spunto da quanto abbiamo letto e discusso nell'esercizio per parlare di una comunicazione corretta della scienza e delle scienze.
Per chi è interessato all'argomento, vi segnalo alcuni articoli/post interessanti:
http://www.mestierediscrivere.com/File/comunicarelascienza.pdf
http://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/03/12/siamo-alle-solite-chimico-non-e-una-parolaccia/
http://ilblogdellasci.wordpress.com/etica-e-chimica/
14 maggio 2013
Lo sapevate? La traduzione modella la nostra vita
Nonostante i mille impegni del mese di maggio, sono riuscita a leggere qualche articolo sul mondo della traduzione e dei traduttori.
Voglio riportarvene uno pubblicato a settembre sull'Huffington Post, in occasione della giornata del traduttore, il 30 settembre (San Girolamo è il protettore dei traduttori).
L'articolo è ovviamente in inglese (scaricabile qui), scritto da Nataly Kelly. Qui sotto trovate una mia traduzione commentata.
Nataly ci propone 10 motivi per i quali la traduzione e le traduzioni ci modellano la vita:
1. La traduzione salva delle vite
Pensate agli interpreti e ai traduttori che operano nei centri medici, nei campi profughi, come mediatori culturali. Spesso poter essere capiti anche se si parla un'altra lingua può aiutarci a sopravvivere ad una situazione.
2. La traduzione previene il terrore
Pensate al lavoro di intelligence sviluppatosi, ad esempio, negli USA, dopo l'11 settembre 2011. Come dice Nataly, è inutile avere migliaia di informazioni (oggi reperibili grazie alla tecnologia) se poi non si comprendono perché riportate in un'altra lingua. Pensate alle interecettazioni svolte nei Paesi cosiddetti caldi (non voglio però entrare nel dibattito sulle intercettazioni e se siano o meno lecite).
Pare che il 10 settembre 2011 fosse stata intercettata la frase "Domani è l'ora zero", ma che sia stata tradotta quando ormai era troppo tardi: il 12 settembre.
3. La traduzione porta la pace (e il dialogo, aggiungo io)
Semplicemente, la diplomazia internazionale non potrebbe esistere senza interpreti e traduttori.
4. La traduzione elegge leader
Questo vale oggi per lo più negli Stati Uniti, in cui una grande fetta della popolazione parla lingue diverse. Pensate che senso avrebbe una campagna elettorale come quella per il Presidente USA realizzata in una lingua compresa solo da una parte del paese.
5. La traduzione crea posti di lavoro
Of course, e per fortuna.
6. La traduzione alimenta l'economia
Come pensate di vendere i vostri prodotti all'estero senza parlare la lingua dei vostri clienti dall'altra parte del globo?
7. La traduzione ci aiuta a divertirci
Pensate a quanti film, libri, documentari stranieri guardiamo e leggiamo ogni giorno. I bestseller sarebbero tali se non fossero tradotti in molte lingue del mondo?
8. La traduzione alimenta la nostra fede
Se siamo credenti e se leggiamo, ad esempio, la Bibbia, tradotta in tutto il mondo.
9. La traduzione ci dà da mangiare
Pensiamo alle grandi multinazionali tipo Coca Cola, Nestlé, McDonald...
10. La traduzione ci fa innamorare
Se queste conseguenze della traduzione vi sembrano un po' troppo fuori portata, guardate in questo video come la traduzione di un libro (il nuovissimo Inferno di Dan Brown) ha cambiato la vita (almeno per un po') ai traduttori coinvolti nella sua traduzione in varie lingue.
I traduttori hanno lavorato isolati dal mondo per evitare fughe di notizie:
http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/dan-brown-ii-girone-dei-traduttori-noi-chiusi-nel-bunker/128273/126774?ref=&ref=HREC1-4
Avete altri motivi per cui secondo voi la traduzione modella le nostre vite?
Voglio riportarvene uno pubblicato a settembre sull'Huffington Post, in occasione della giornata del traduttore, il 30 settembre (San Girolamo è il protettore dei traduttori).
L'articolo è ovviamente in inglese (scaricabile qui), scritto da Nataly Kelly. Qui sotto trovate una mia traduzione commentata.
Nataly ci propone 10 motivi per i quali la traduzione e le traduzioni ci modellano la vita:
1. La traduzione salva delle vite
Pensate agli interpreti e ai traduttori che operano nei centri medici, nei campi profughi, come mediatori culturali. Spesso poter essere capiti anche se si parla un'altra lingua può aiutarci a sopravvivere ad una situazione.
2. La traduzione previene il terrore
Pensate al lavoro di intelligence sviluppatosi, ad esempio, negli USA, dopo l'11 settembre 2011. Come dice Nataly, è inutile avere migliaia di informazioni (oggi reperibili grazie alla tecnologia) se poi non si comprendono perché riportate in un'altra lingua. Pensate alle interecettazioni svolte nei Paesi cosiddetti caldi (non voglio però entrare nel dibattito sulle intercettazioni e se siano o meno lecite).
Pare che il 10 settembre 2011 fosse stata intercettata la frase "Domani è l'ora zero", ma che sia stata tradotta quando ormai era troppo tardi: il 12 settembre.
3. La traduzione porta la pace (e il dialogo, aggiungo io)
Semplicemente, la diplomazia internazionale non potrebbe esistere senza interpreti e traduttori.
4. La traduzione elegge leader
Questo vale oggi per lo più negli Stati Uniti, in cui una grande fetta della popolazione parla lingue diverse. Pensate che senso avrebbe una campagna elettorale come quella per il Presidente USA realizzata in una lingua compresa solo da una parte del paese.
5. La traduzione crea posti di lavoro
Of course, e per fortuna.
6. La traduzione alimenta l'economia
Come pensate di vendere i vostri prodotti all'estero senza parlare la lingua dei vostri clienti dall'altra parte del globo?
7. La traduzione ci aiuta a divertirci
Pensate a quanti film, libri, documentari stranieri guardiamo e leggiamo ogni giorno. I bestseller sarebbero tali se non fossero tradotti in molte lingue del mondo?
8. La traduzione alimenta la nostra fede
Se siamo credenti e se leggiamo, ad esempio, la Bibbia, tradotta in tutto il mondo.
9. La traduzione ci dà da mangiare
Pensiamo alle grandi multinazionali tipo Coca Cola, Nestlé, McDonald...
10. La traduzione ci fa innamorare
Se queste conseguenze della traduzione vi sembrano un po' troppo fuori portata, guardate in questo video come la traduzione di un libro (il nuovissimo Inferno di Dan Brown) ha cambiato la vita (almeno per un po') ai traduttori coinvolti nella sua traduzione in varie lingue.
I traduttori hanno lavorato isolati dal mondo per evitare fughe di notizie:
http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/dan-brown-ii-girone-dei-traduttori-noi-chiusi-nel-bunker/128273/126774?ref=&ref=HREC1-4
Avete altri motivi per cui secondo voi la traduzione modella le nostre vite?
26 marzo 2013
Curriculum vitae: errori ed orrori
Mi capita spesso di ricevere curriculum da parte di colleghi o studenti che si propongono come collaboratori.
Generalmente cerco di rispondere a tutti, cortesemente e in tempi brevi, anche se con una frase negativa, nel caso in cui non sia in grado di offrire una collaborazione, memore di quando mi trovavo io dall'altra parte della barricata.
Spesso però questi CV sono o contengono errori ed orrori che farebbero scappare a gambe levate anche il più navigato dei selezionatori di personale.
Ormai si trova moltissimo sul web su come scrivere un CV, una presentazione, eppure a volte gli orrori derivano esclusivamente dalla mancanza di buon senso.
Ecco un paio di consigli, non per scrivere un CV vincente (se sapessi questi consigli probabilmente sarei top manager di qualche multinazionale multimiliardaria), ma per scrivere un CV che venga almeno letto fino in fondo e non cestinato appena aperto.
- Grammatica e ortografia: lo ripetono tutti i siti che danno consigli di questo genere. Inoltre dovrebbe essere una cosa naturale che un diplomato/laureato sia in grado di scrivere un CV corretto dal punto di vista formale e grammaticale. Eppure spesso, molto spesso, gli errori di ortografia, di spelling, di grammatica spuntano come funghi.
La prima impressione che chi legge ha è di una persona poco attenta e svogliata (non ha nemmeno riletto quello che ha scritto), più che di persona ignorante (beh, dipende dagli errori...).
Chi darebbe lavoro a una persona che non ha la voglia/la pazienza di rileggere una paginetta scritta in word?
- Lunghezza: OK, la lunghezza dipende dalle esperienze lavorative e dal percorso di ciascuno, però trovarsi davanti un mini romanzo sulla vita di qualcun altro non invoglia alla lettura.
Certo, se si usa il formato europeo (richiesto da tanti), anche il mio CV diventa un capitolo di Guerra e Pace. Allora perché, potendo, non utilizzare un formato personalizzato, in cui si riportano le informazioni essenziali, ma importanti?
Meglio un CV breve e contenente i tratti salienti della vostra formazione e delle capacità, invece che un elenco noiosissimo di mansioni per lo più irrilevanti per l'occupazione che andate cercando.
Avete svolto numerosi lavoretti di vario tipo invece che starvene con le mani in mano? Benissimo! Giustissimo farlo vedere, si dimostra di essere persone che si adattano, sono attive e cercano di migliorarsi. Se i lavoretti non sono pertinenti al lavoro che si sta cercando, meglio raggrupparli in una frase del tipo "Negli anni dell'università ho affiancato agli studi una serie di lavori temporanei nel settore della ristorazione/grande distribuzione/ecc."
- Centrare il target. Si dice che ogni CV dovrebbe essere personalizzato per l'azienda/il tipo di lavoro/la posizione a cui è indirizzato. Parliamoci chiaro, nessuno ha tempo di preparare centinaia di CV diversi (perché al giorno d'oggi bisogna mandarne centinaia per avere qualche chance, parlo per esperienza personale). Va bene allora un modello "per tutte le occasioni", da modificare eventualmente per casi particolari. Se vi candidate per una posizione da traduttore in house, il CV che invierete a tutte le agenzie scelte potrà essere lo stesso.
Meglio sarà personalizzare, almeno un minimo, la lettera/e-mail di accompagnamento. In questo modo darete l'impressione di una persona interessata all'azienda alla quale si rivolge, che ha avuto la voglia e l'interesse di visitare il sito web, di capire a chi inviare il CV e così via.
Vietate le lettere di presentazione di massa e le e-mail di massa! Il vostro CV viene automaticamente cestinato nel 99,99% dei casi.
Nel target c'entra anche la lingua del CV. Se inviate un CV ad un'azienda tedesca, o scrivete il vostro CV in tedesco, o al massimo in inglese, che è usato praticamente ovunque. Ma se vi rivolgete a un italiano, non inviategli un CV in tedesco o in francese. Mi è successo. Una persona italiana, dopo che ho fatto presente che non lavoro con il tedesco, mi ha inviato un CV in tedesco. In italiano o in inglese no?
Anche questo è indice di attenzione nei confronti dell'interlocutore.
Consiglio en passant: se scrivete CV in lingue diverse dalla vostra, sarebbe meglio far controllare il testo da un madrelingua, per evitare errori e brutte figure.
Altra cosa. Va bene fornire prove delle proprie capacità al futuro (si spera) datore di lavoro. Non va bene inondargli la casella di copie di attestati, lettere di referenze e così via. Meglio un elenco dei corsi seguiti, dei diplomi conseguiti: un documento singolo che racchiuda tutte le informazioni, anche separato dal curriculum vero e proprio. Se interessato, al limite il selezionatore richiederà in seguito prove fisiche di ciò che affermate.
Per finire, last but not least: non raccontate bugie! Se avete 20 anni, siete appena diplomati e cercate un lavoro, non ci crede nessuno che siete già stati a capo di un team di colleghi e adesso, pur essendo così bravi, siete alla ricerca di un lavoro. Allo stesso modo, se avete finito l'università un mese fa, per quanto bravi possiate essere, è quasi impossibile che sappiate già tradurre perfettamente in 10 campi di specializzazione.
Davanti ad affermazioni del genere, le mie reazioni sono due: o mi metto a ridere, oppure (specie se la notte ho dormito male) mi innervosisco e rispondo per le rime. Ma si sa, ho un brutto carattere...
Avete altri consigli per
Qui ne trovate alcuni.
17 gennaio 2013
Divulgare la scienza
Un tempo, gli scienziati se ne stavano chiusi nelle loro roccaforti del sapere e al povero villano non importava nulla di scoperte scientifiche, dal momento che, in primo luogo, non era in grado di comprenderle.
Oggi la scienza e la tecnologia sono entrate prepotentemente nelle nostre case e nella nostra vita quotidiana, grazie a internet, TV, canali televisivi dedicati alla scienza, libri, riviste, ecc.
Spesso siamo chiamati anche a dare giudizi sulle nuove scoperte (un esempio sono le biotecnologie). Ma siamo sicuri di non essere anche noi dei poveri villani ignoranti? (senza offendere nessuno, dove per villano intendo l'accenzione antica di chiamare il rappresentante medio del popolo non istruito e per ignorante voglio dire "che non sa")
Come ben dice Paolo Vineis nel suo testo (da me recensito qui), e come sempre più mi accorgo hanno ragione coloro che scrivono di comunicazione scientifica e ambientale, oggi è quanto mai importante divulgare le scoperte scientifiche.
Se una volta lo scienziato poteva tenere per sé e la sua ristretta comunità una nuova scoperta, adesso deve necessariamente diffonderla al grande pubblico, per svariate ragioni.
1. Primo, per sfatare i soliti miti negativi su scienze e scienziati e per avvicinare la scienza alla vita di tutti non solo dal punto di vista delle applicazioni, ma anche delle conoscenze teoriche.
2. Secondo, per aiutare la gente comune ad informarsi su argomenti con cui necessariamente deve fare i conti.
3.Terzo, per evitare che una scoperta riceva visioni distorte e pertanto pericolose.
Mentre vado avanti con i miei studi di comunicazione ambientale, mi rendo conto di quanto questa sia importante, ad esempio in caso di un disastro con ricadute sull'ambiente (vedi Ilva di Taranto, Centrale di Fukushima, ecc.), di un disastro naturale (terremoti, tsunami, maltempo). E' necessario comunicare le informazioni correttamente per evitare sia il catastrofismo generalizzato e la paura immotivata di chi acquisisce le informazioni, sia di sottovalutare eventuali problemi anche gravi.
Come divulgare allora? Con conferenze, festival, mostre, attività di informazione scolastica, blog.
Più la gente comune è informata su un argomento, più facile sarà per lei avere idee chiare su di esso e, se richiesto, prendere decisioni corrette e preziose per il futuro di tutti.
Secondo TorinoScienza:
Oggi la scienza e la tecnologia sono entrate prepotentemente nelle nostre case e nella nostra vita quotidiana, grazie a internet, TV, canali televisivi dedicati alla scienza, libri, riviste, ecc.
Spesso siamo chiamati anche a dare giudizi sulle nuove scoperte (un esempio sono le biotecnologie). Ma siamo sicuri di non essere anche noi dei poveri villani ignoranti? (senza offendere nessuno, dove per villano intendo l'accenzione antica di chiamare il rappresentante medio del popolo non istruito e per ignorante voglio dire "che non sa")
Come ben dice Paolo Vineis nel suo testo (da me recensito qui), e come sempre più mi accorgo hanno ragione coloro che scrivono di comunicazione scientifica e ambientale, oggi è quanto mai importante divulgare le scoperte scientifiche.
Se una volta lo scienziato poteva tenere per sé e la sua ristretta comunità una nuova scoperta, adesso deve necessariamente diffonderla al grande pubblico, per svariate ragioni.
1. Primo, per sfatare i soliti miti negativi su scienze e scienziati e per avvicinare la scienza alla vita di tutti non solo dal punto di vista delle applicazioni, ma anche delle conoscenze teoriche.
2. Secondo, per aiutare la gente comune ad informarsi su argomenti con cui necessariamente deve fare i conti.
3.Terzo, per evitare che una scoperta riceva visioni distorte e pertanto pericolose.
Mentre vado avanti con i miei studi di comunicazione ambientale, mi rendo conto di quanto questa sia importante, ad esempio in caso di un disastro con ricadute sull'ambiente (vedi Ilva di Taranto, Centrale di Fukushima, ecc.), di un disastro naturale (terremoti, tsunami, maltempo). E' necessario comunicare le informazioni correttamente per evitare sia il catastrofismo generalizzato e la paura immotivata di chi acquisisce le informazioni, sia di sottovalutare eventuali problemi anche gravi.
Come divulgare allora? Con conferenze, festival, mostre, attività di informazione scolastica, blog.
Più la gente comune è informata su un argomento, più facile sarà per lei avere idee chiare su di esso e, se richiesto, prendere decisioni corrette e preziose per il futuro di tutti.
Secondo TorinoScienza:
La comunicazione verso il grande pubblico è un’attività da cui gli scienziati non possono prescindere: quasi l’80% dei fisici italiani ha avuto negli ultimi tre anni almeno un’esperienza di divulgazione. È quanto risulta da un’indagine dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche.
L'indagine ha riguardato circa 2.500 ricercatori. Si sono individuati i fisici come target di riferimento perchè all’interno del panorama scientifico italiano è una comunità unitaria e con forte senso di appartenenza, che si è sempre confrontata con la comunicazione, dovendo spesso affrontare la questione dell’impatto della scienza sulla società.
I ricercatori privilegiano due modalità di divulgazione: incontri in conferenze, festival e mostre e attività di formazione rivolte al mondo della scuola, e ritengono prioritario comunicare il metodo scientifico e la visione del mondo che ne consegue, oltre che le ricadute pratiche e sull’economia della ricerca pura.
A cura di Redazione Torinoscienza, del 19/12/2012
8 gennaio 2013
2013, sogni e risvegli
Un post un po' off topic, ma adatto per guidarci nei propositi di inizio anno.
Un invito a svegliarci e ad agire, scritto (ormai più di un anno fa) dalla penna di Massimo Gramellini, ma quanto mai attuale.
Lo riporto per intero (tratto da Editoriale de La Stampa del 24/12/2011):
Un invito a svegliarci e ad agire, scritto (ormai più di un anno fa) dalla penna di Massimo Gramellini, ma quanto mai attuale.
Lo riporto per intero (tratto da Editoriale de La Stampa del 24/12/2011):
2012, a svegliarci saranno i sogni
Massimo Gramellini
Il mio amico Joe Maya, esperto in profezie terrorizzanti, si è licenziato ieri da Wall Street per aprire un’agenzia di sopravvivenza, «Occupy Yourself». Occupa te stesso. A volte è più difficile che occupare una piazza. Mi ha mandato l’opuscolo pubblicitario.
«Caro compagno d’avventura, sono orgoglioso di anticiparti che il 2012 ti romperà le scatole. Non potrai più fare quello che hai sempre fatto. Se vorrai sopravvivere, sarai costretto a cambiare. Ho preparato una griglia di incroci che la vita ti getterà fra i piedi nei prossimi mesi. Gli incroci non li hai decisi tu, e questo si chiama destino. Ma quale strada prendere a ogni svolta dipende solo da te. E questa si chiama libertà. Protesta o subisci. Non credo sia più tempo di scrollare le spalle. Se ti tirano uno schiaffo, passati pure una parola di perdono sulla ferita. Ma non avere paura di urlare il tuo dolore.
Accetta o rifiuta. Il mondo è cambiato. Se non sei un cinese o un indiano, probabilmente in peggio. Per provare a cambiarlo daccapo, prima devi prenderlo com’è. Conosci la favola dei due topolini che un giorno non trovarono la fetta di formaggio al solito posto? Uno solo morì di fame: quello che restò ad aspettarla. Scappa o rimani. Puoi cercare altrove (ti suggerisco l’Australia per il clima e il Brasile per la compagnia) oppure cercarti dentro di te. A volte le scoperte più importanti si trovano a chilometro zero. Però ogni tanto alza le chiappe dal computer e azzarda una passeggiata fra gli umani. I sentimenti sono fatti di odori che neppure Jobs era riuscito a mettere in scatola. Delega o agisci. I politici non ti odiano e non ti vogliono bene: semplicemente se ne infischiano di te. Puoi provare a cambiarli, ma ricorda che non c’è limite al peggio, come disse un mio amico prima di conoscere Scilipoti. Oppure puoi provare a ricambiarli. Infischiandotene di loro. La nuova politica è il progetto che farai tu, associandoti con i tuoi simili per un obiettivo comune.
Diffida o credi. Puoi credere che tutto sia un complotto contro di te. Oppure credere in te. (Berlusconi riesce a fare entrambe le cose, ma è un caso unico). La prima strada è più sicura: troverai sempre qualcuno disposto a fornirti le prove della congiura. La seconda è piena di spifferi. Una via per eletti. Ti piacerebbe essere eletto, per una volta? Arretra o evolvi. Arretrare ha i suoi vantaggi, specie se ti trovi a un passo dal baratro. Evolvere ha il suo fascino: la perdita delle sicurezze può farti vincere un rischio, oltre il quale ci sei tu in un modo che adesso non puoi neanche immaginare. Scegli: avanti o indietro. Basta che ti muovi.
Rimpiangi o ricostruisci. Il torcicollo emotivo ha un effetto calmante sui pessimisti. Altri preferiscono guardare oltre le macerie. Il trucco è ripartire da un sogno piccolo. Aiuta a combattere la sensazione di non contare nulla e di non poter cambiare mai nulla, neanche se stessi». Sui deliri di Joe Maya non mi pronuncio. Ma l’ultima frase la sottoscrivo: non sono gli schiaffi a svegliarci, ma i sogni. E poiché il prossimo anno di schiaffi ne arriveranno parecchi, auguro a tutti un risveglio pieno di sogni.
15 novembre 2012
A piccoli passi verso la scienza: il mio nuovo blog
Ve l'avevo detto che c'erano novità a bollire in pentola, che non vi avevo abbandonato ma stavo lavorando dietro le quinte...
Ebbene sì, questo blog non mi bastava più, non per tutte le cose che ho da dire su scienza, bambini, divulgazione ai bambini.
Allora vi invito nel mio nuovo blog Mamma Scienziata, dove si parlerà di scienza e bambini, per aiutare i bambini a diventare scienziati.
Vi aspetto numerosi (soprattutto le mamme, direi).
Ebbene sì, questo blog non mi bastava più, non per tutte le cose che ho da dire su scienza, bambini, divulgazione ai bambini.
Allora vi invito nel mio nuovo blog Mamma Scienziata, dove si parlerà di scienza e bambini, per aiutare i bambini a diventare scienziati.
Vi aspetto numerosi (soprattutto le mamme, direi).
31 ottobre 2012
Rieccomi, pronta a ripartire
Sono assente da circa un mese dal blog, e mi scuso con i lettori e i followers.
Ottobre è stato un mese molto intenso, pieno di lavoro (fortunatamente), di impegni, di progetti, di riflessioni che vedranno la luce (spero!) nei prossimi mesi.
Oltre ad una mole di lavoro notevole, dalla data del mio ultimo post
-ho visitato Genova, l'Acquario, il Museo del Mare, guardandoli con gli occhi dei bambini (i miei) e del divulgatore scientifico,
- ho studiato e approfondito alcuni argomenti di comunicazione ambientale (di cui vi renderò presto partecipi),
- ho impostato le modifiche al mio sito SbChem, per raccontare gli ultimi sviluppi professionali (li troverete a breve)
- ho gettato le basi per alcuni progetti di divulgazione scientifica per i bambini, che spero abbiano successo (incrociate le dita)
- sono diventata socia dell'Associazione culturale Chimicare (alla quale spero di riuscire a dare presto un contributo effettivo)
- ho preparato alcune conferenze sulla sicurezza che terrò nei prossimi mesi
- ho letto e studiato blog, riviste, libri
e infine ho programmato i prossimi articoli del blog (seguendo anche i consigli di una blogger americana, guru dell'organizzazione: http://iheartorganizing.blogspot.it/2012/10/my-daily-blog-planner.html)
Sono stata assente, ma ho lavorato dietro le quinte per la mia crescita professionale.
Vi avevo parlato di mappe mentali, di organizzazione. E' importante che dietro ad un avanzamento, una svolta professionali ci siano riflessioni solide e convinte, anche se a volte è bene seguire l'istinto. Chi avrà ragione? Io, spero. Il tempo lo dirà. Nel frattempo vi aspetto con i prossimi articoli e le novità.
Ottobre è stato un mese molto intenso, pieno di lavoro (fortunatamente), di impegni, di progetti, di riflessioni che vedranno la luce (spero!) nei prossimi mesi.
Oltre ad una mole di lavoro notevole, dalla data del mio ultimo post
-ho visitato Genova, l'Acquario, il Museo del Mare, guardandoli con gli occhi dei bambini (i miei) e del divulgatore scientifico,
- ho studiato e approfondito alcuni argomenti di comunicazione ambientale (di cui vi renderò presto partecipi),
- ho impostato le modifiche al mio sito SbChem, per raccontare gli ultimi sviluppi professionali (li troverete a breve)
- ho gettato le basi per alcuni progetti di divulgazione scientifica per i bambini, che spero abbiano successo (incrociate le dita)
- sono diventata socia dell'Associazione culturale Chimicare (alla quale spero di riuscire a dare presto un contributo effettivo)
- ho preparato alcune conferenze sulla sicurezza che terrò nei prossimi mesi
- ho letto e studiato blog, riviste, libri
e infine ho programmato i prossimi articoli del blog (seguendo anche i consigli di una blogger americana, guru dell'organizzazione: http://iheartorganizing.blogspot.it/2012/10/my-daily-blog-planner.html)
Sono stata assente, ma ho lavorato dietro le quinte per la mia crescita professionale.
Vi avevo parlato di mappe mentali, di organizzazione. E' importante che dietro ad un avanzamento, una svolta professionali ci siano riflessioni solide e convinte, anche se a volte è bene seguire l'istinto. Chi avrà ragione? Io, spero. Il tempo lo dirà. Nel frattempo vi aspetto con i prossimi articoli e le novità.
17 settembre 2012
LL: La mia mamma sta con me di Claudia Porta
Quando ho deciso di comprare questo libro, più del titolo mi ha attirato il sottotitolo: "Conciliare famiglia e lavoro grazie a internet".
"E' quello che ho fatto io", mi sono detta: lavoro da casa grazie a internet e in questo modo posso gestire meglio famiglia e casa.
Il blog di Claudia Porta lo seguo già da tempo e mi piacciono i post dedicati all'educazione dei bambini e all'organizzazione della casa.
Ho letto altre recensioni del libro e interviste all'autrice: il libro prometteva di essere il racconto delle sue esperienze personali e professionali.
L'esperienza è stata positiva. Claudia racconta la sua esperienza personale di cambio di rotta professionale e di come questo le abbia permesso di migliorare la sua vita e la gestione dei figli, il tutto però con molti consigli adatti a tutte le mamme.
Basta guardare in rete per vedere che sempre più mamme affiancano un'attività virtuale ad una di tipo tradizionale oppure sostituiscono quest'ultima con la prima.
L'autrice mette in guardia dai guadagni facili e abbondanti: un'attività in rete è un'attività come le altre. Per farla crescere occorrono impegno, dedizione, fantasia, molto tempo.
Il primo capitolo "Mamme e lavoro" è incentrato sui pro e i contro di un'attività di questo tipo e sul rapporto che esiste appunto tra l'essere mamme e lavorare. Una volta la donna per lo più non lavorava ed era comunque aiutata da una famiglia. Oggi, molto spesso, i nonni lavorano ancora o sono lontani, per cui la mamma si trova a gestire lavoro, bambini e casa da sola o quasi.
Vi è poi un capitolo che aiuta chi sta pensando di aprire un'attività on-line a trovare la propria strada e un altro che spiega l'importanza della rete sia dal punto di vista professionale che sociale e di aiuto. I molti blog scritti da mamme e a loro dedicati costituiscono ormai una vera e propria rete di aiuto reciproco, anche se a distanza. Anche l'aspetto umano è importante, soprattutto se si lavora da casa e si passano molte ore da sole e/o in compagnia solo dei bambini.
Nell'ultimo capitolo ci sono interviste ad alcune imprenditrici della rete, che raccontano come hanno costruito la loro attività e come riescono a conciliarla con la famiglia.
Utilissimi, infine, i siti indicati alla fine del libro.
Insomma, un libro da leggere per chi è mamma (ma anche per chi non lo è) e vuole trovare un modo nuovo per potersi occupare della famiglia senza rinunciare al lavoro. In questi tempi di crisi, utile come non mai.
Non ci sono teorie, solo l'esperienza di chi è riuscita nel suo scopo e convive con la sua nuova attività (e relative difficoltà) giorno per giorno.
Ecco i dati del libro (casa editrice: http://www.leoneverde.it/)
La mia mamma sta con me
conciliare famiglia e lavoro grazie a internet
collana: Il bambino naturale
pagine: 176
anno pubblicazione: 2011
ISBN: 9788865800263
autori: Claudia Porta
28 agosto 2012
Mappe mentali per la programmazione
Per molti, sottoscritta compresa, la fine delle vacanze estive è il momento per sfoderare nuovi progetti, provare nuove opportunità. Già, ma spesso abbiamo in mente così tante idee che non sappiamo quali scegliere prima. Oppure siamo insoddisfatti, non sappiamo dove andare, che strada prendere per migliorare il nostro futuro.
Non si tratta della solita lista dei buoni propositi, che puntualmente, parlo per me almeno, vengono disattesi.
Per quello che mi riguarda è in gioco il mio futuro professionale. Lavorando autonomamente, stilare una serie di obiettivi e di programmi è d'obbligo.
Cosa voglio fare quest'anno? Avere più clienti, imparare una nuova lingua, trovare un lavoro diverso, aprirmi verso nuovi settori?
A tutti coloro che in questo periodo dell'anno (ma la pagina è valida in ogni periodo) si fanno queste domande, voglio consigliare il mio metodo per mettere nero su bianco idee, progetti, risorse disponibili e necessarie.
Prendete un foglio di carta, bianco o del colore che preferite, meglio se almeno di formato A3.
Riempite il foglio con le idee e le proposte per il vostro futuro (qui parlo in senso professionale, ma penso vadano bene per qualsiasi settore della vita). Ad esempio, potete scrivere delle parole chiave che riassumano le vostre idee e circondarle con una linea.
Da queste "bolle" partiranno vari rami: tempistiche, progetti correlati, risorse necessarie, risorse presenti, costi, spunti che sono venuti in mente durante la costruzione della mappa e così via.
Trovo che sia un esercizio utile per capire dove vogliamo andare e cosa ci serve per andare avanti. Leggere i vari aspetti nero su bianco dà un'idea più precisa rispetto alla sola immaginazione.
Altra cosa, poiché non ci sono regole per preparare queste mappe mentali, non siamo vincolati su quello che possiamo o dobbiamo scrivere. Una maggiore creatività e libertà apre la mente e aiuta nel compito.
Io ho preparato la mia programmazione per questo nuovo periodo e utilizzando questo espediente ho avuto chiari alcuni aspetti che mi hanno aiutato a compiere scelte fondamentali e a programmare le mie risorse per i mesi a venire. Appena metto in bella i risultati ve li pubblico.
Consiglio di appendere il foglio preparato davanti alla scrivania, o di tenerlo in un luogo dove sia facilmente consultabile, e di consultarlo spesso. L'aspetto positivo di questo metodo è che, per esempio, ho potuto scegliere di non darmi tempistiche precise. So cosa voglio fare, so cosa devo fare per ottenerlo, al momento non mi importa sapere quanto ci metterò. Nessuno mi vincola nei miei programmi, ma con questi diagrammi mi sento più libera, anche di cambiare rotta, se è il caso.
E voi, avete già provato le mappe mentali? Oppure avete un vostro metodo per programmare le vostre scelte? Sono curiosa.
E per chi vuole saperne di più sulle mappe mentali e la loro importanza:
http://www.mappementali.com/
http://mappementaliblog.blogspot.it/
http://www.mappementali.net/
http://blog.mestierediscrivere.com/2012/03/31/mappe-mentali-e-scrittura/
http://blog.mestierediscrivere.com/2012/05/30/quante-mappe-per-i-nostri-pensieri/
Non si tratta della solita lista dei buoni propositi, che puntualmente, parlo per me almeno, vengono disattesi.
Per quello che mi riguarda è in gioco il mio futuro professionale. Lavorando autonomamente, stilare una serie di obiettivi e di programmi è d'obbligo.
Cosa voglio fare quest'anno? Avere più clienti, imparare una nuova lingua, trovare un lavoro diverso, aprirmi verso nuovi settori?
A tutti coloro che in questo periodo dell'anno (ma la pagina è valida in ogni periodo) si fanno queste domande, voglio consigliare il mio metodo per mettere nero su bianco idee, progetti, risorse disponibili e necessarie.
Prendete un foglio di carta, bianco o del colore che preferite, meglio se almeno di formato A3.
Riempite il foglio con le idee e le proposte per il vostro futuro (qui parlo in senso professionale, ma penso vadano bene per qualsiasi settore della vita). Ad esempio, potete scrivere delle parole chiave che riassumano le vostre idee e circondarle con una linea.
Da queste "bolle" partiranno vari rami: tempistiche, progetti correlati, risorse necessarie, risorse presenti, costi, spunti che sono venuti in mente durante la costruzione della mappa e così via.
Trovo che sia un esercizio utile per capire dove vogliamo andare e cosa ci serve per andare avanti. Leggere i vari aspetti nero su bianco dà un'idea più precisa rispetto alla sola immaginazione.
Altra cosa, poiché non ci sono regole per preparare queste mappe mentali, non siamo vincolati su quello che possiamo o dobbiamo scrivere. Una maggiore creatività e libertà apre la mente e aiuta nel compito.
Io ho preparato la mia programmazione per questo nuovo periodo e utilizzando questo espediente ho avuto chiari alcuni aspetti che mi hanno aiutato a compiere scelte fondamentali e a programmare le mie risorse per i mesi a venire. Appena metto in bella i risultati ve li pubblico.
Consiglio di appendere il foglio preparato davanti alla scrivania, o di tenerlo in un luogo dove sia facilmente consultabile, e di consultarlo spesso. L'aspetto positivo di questo metodo è che, per esempio, ho potuto scegliere di non darmi tempistiche precise. So cosa voglio fare, so cosa devo fare per ottenerlo, al momento non mi importa sapere quanto ci metterò. Nessuno mi vincola nei miei programmi, ma con questi diagrammi mi sento più libera, anche di cambiare rotta, se è il caso.
E voi, avete già provato le mappe mentali? Oppure avete un vostro metodo per programmare le vostre scelte? Sono curiosa.
E per chi vuole saperne di più sulle mappe mentali e la loro importanza:
http://www.mappementali.com/
http://mappementaliblog.blogspot.it/
http://www.mappementali.net/
http://blog.mestierediscrivere.com/2012/03/31/mappe-mentali-e-scrittura/
http://blog.mestierediscrivere.com/2012/05/30/quante-mappe-per-i-nostri-pensieri/
17 agosto 2012
Downshifting temporaneo
Credo che ormai tutti abbiano sentito parlare di downshifting.
Si tratta di una filosofia di vita che parte dalla volontà di scalare la marcia e cambiare il ritmo della nostra vita.
Basta lavorare troppo, spendere troppo, correre troppo senza accorgerci che stiamo sprecando la vita e il tempo.
In rete e in libreria vi sono molti esempi di persone che hanno fatto questa scelta, anche in Italia. A volte la scelta è quasi obbligata (un trasferimento, la perdita del lavoro, l'arrivo di un figlio), altre è difficile (licenziarsi da un lavoro importante, lasciare le comodità cittadine per trasferirsi in un paesino sperduto).
C'è anche chi sostiene che solo alcuni possano permetterselo.
Non voglio entrare nel merito di questo dibattito, perché appunto non tutti possono permettersi di lasciare un lavoro anche ingrato in attesa di dare una svolta alla propria vita, né magari di comprare un casolare in campagna e iniziare a produrre marmellate.
In realtà downshifting non vuol dire solo questo.
Scalare la marcia si può, anche solo per poco o in un settore della nostra vita.
Magari scegliendo di cucinare tutto in casa invece di comprare piatti pronti, o di trascorrere il weekend a passeggiare invece che correndo tra cinema, shopping, aperitivi e concerti. Oppure decidendo di fare meno straordinari sul lavoro, o di cambiare lavoro.
Quello che è importante è che tutti possono cercare di rallentare un po' la propria vita, almeno in qualche aspetto, e imparare ad apprezzarla meglio.
Il mio consiglio è di approfittare delle vacanze estive per provare a rallentare la marcia per un po', per capire se questo pensiero di vita possa fare per noi (magari non siamo interessati), se sia fattibile, almeno in qualche aspetto, o così via.
Non sempre è facile, ma come dice il proverbio, chi va piano va sano e lontano ;-)
Per chi vuole saperne di più sul downshifting, ecco alcuni articoli, siti e blog sull'argomento (molti blog sono testimonianze di chi ha scelto questa strada, in modo più o meno consapevole):
http://www.cadoinpiedi.it/2012/05/01/cambiare_vita_e_scalare_marcia_ecco_il_downshifting.html
http://www.voglioviverecosi.com/index.php?consigli-per-cambiare-vita-vivere-una-vita-migliore-e-pi-felice-_84/come-migliorare-la-qualit-di-vita-downshifting-e-slow-living_231
http://www.ilcambiamento.it/avanti_tutta/segreto_downshifting_perotti.html
http://www.minimoblog.it/
http://www.becomingminimalist.com/
http://downshiftingbaby.wordpress.com/
http://downshiftingpercaso.blogspot.it/
http://naturalmentefelice.blogspot.it/
http://yummymummyematteo.blogspot.it/search/label/about%20downshifting
6 agosto 2012
Vacanze: stacchiamo la spina
Diciamoci la verità: corriamo fisicamente e mentalmente tutto l'anno e non vediamo l'ora che arrivino le vacanze per staccare la spina. Ma la stacchiamo poi veramente?
Per i liberi professionisti è ancora più difficile. Qualsiasi sia il periodo dell'anno in cui andiamo in ferie ci sarà sempre almeno un cliente che ci cerca.
Eppure è importantissimo staccare la spina da tutto, dal lavoro, soprattutto, ma anche dalla vita quotidiana, dalle ansie e preoccupazioni.
Non serve partire per un mese e rifugiarsi in Polinesia o in Islanda (per i freddolosi). Non è nemmeno detto che serva un vacanza vera e propria, basta un weekend (magari più di uno nell'anno) a casa propria.
Lasciate a casa o spegnete computer, cellulari di lavoro e tutto quello che vi connette alla professione.
Se non potete fare un viaggio uscite ugualmente, cambiate aria: basta una gita o una passeggiata nella propria città o in una località vicina. A volte è bello vedere la propria città con gli occhi del turista.
Fate qualche attività che vi piace, ma soprattutto seguite per una volta i vostri ritmi. Dormite quanto avete sonno e quando volete, mangiate agli orari che preferite. Lasciate l'orologio nel cassetto.
Se poi potete passare del tempo in un luogo silenzioso approfittatene.
Tutto questo serve per far riposare corpo e mente, per disintossicarsi da stress, orari, preoccupazioni.
Spesso l'idea brillante o la soluzione per un problema che ci tormenta da tempo arrivano proprio mentre facciamo altro e non ci pensiamo.
"Ripulire" il cervello serve anche a farlo ripartire con più energia ed efficienza una volta terminata la vacanza, soprattutto in vista di un altro anno di corse e stress.
Staccare la spina è quindi veramente importante, anche se spesso difficile. E' l'unico modo per recuperare forza ed efficienza e allontanare lo stress.
Un effetto collaterale non meno importante è che con il cervello in pausa possiamo accorgerci di cose nuove (uno sport, un nuovo hobby, una nuova passione) a cui prima non avevamo dato retta. Può quindi essere un mezzo per migliorare in qualche modo la nostra vita, allargare i nostri orizzonti.
E il cliente che non ci trova? Aspetta, anche lui andrà in vacanza ogni tanto, no?
Per i liberi professionisti è ancora più difficile. Qualsiasi sia il periodo dell'anno in cui andiamo in ferie ci sarà sempre almeno un cliente che ci cerca.
Eppure è importantissimo staccare la spina da tutto, dal lavoro, soprattutto, ma anche dalla vita quotidiana, dalle ansie e preoccupazioni.
Non serve partire per un mese e rifugiarsi in Polinesia o in Islanda (per i freddolosi). Non è nemmeno detto che serva un vacanza vera e propria, basta un weekend (magari più di uno nell'anno) a casa propria.
Lasciate a casa o spegnete computer, cellulari di lavoro e tutto quello che vi connette alla professione.
Se non potete fare un viaggio uscite ugualmente, cambiate aria: basta una gita o una passeggiata nella propria città o in una località vicina. A volte è bello vedere la propria città con gli occhi del turista.
Fate qualche attività che vi piace, ma soprattutto seguite per una volta i vostri ritmi. Dormite quanto avete sonno e quando volete, mangiate agli orari che preferite. Lasciate l'orologio nel cassetto.
Se poi potete passare del tempo in un luogo silenzioso approfittatene.
Tutto questo serve per far riposare corpo e mente, per disintossicarsi da stress, orari, preoccupazioni.
Spesso l'idea brillante o la soluzione per un problema che ci tormenta da tempo arrivano proprio mentre facciamo altro e non ci pensiamo.
"Ripulire" il cervello serve anche a farlo ripartire con più energia ed efficienza una volta terminata la vacanza, soprattutto in vista di un altro anno di corse e stress.
Staccare la spina è quindi veramente importante, anche se spesso difficile. E' l'unico modo per recuperare forza ed efficienza e allontanare lo stress.
Un effetto collaterale non meno importante è che con il cervello in pausa possiamo accorgerci di cose nuove (uno sport, un nuovo hobby, una nuova passione) a cui prima non avevamo dato retta. Può quindi essere un mezzo per migliorare in qualche modo la nostra vita, allargare i nostri orizzonti.
E il cliente che non ci trova? Aspetta, anche lui andrà in vacanza ogni tanto, no?
26 luglio 2012
Lavorare rispettando l'ambiente
Il rispetto dell'ambiente è qualcosa che leggiamo sui giornali, che possiamo decidere di applicare alla nostra vita quotidiana (meno sprechi, prodotti ecocompatibili, basta buste di nylon, ricicliamo tutto il possibile...), oppure che interessa il luogo di lavoro inteso come ufficio, fabbrica.
Spesso il libero professionista non pensa che il proprio impatto sull'ambiente possa essere oneroso, proprio perché lavora da solo, non produce rifiuti pericolosi, non consuma tonnellate di energia e materie prime.
Anche noi, nel nostro piccolo, possiamo fare qualcosa.
Ecco alcuni consigli.
Riciclo: Usiamo carta riciclata, teniamo fogli ormai inutilizzabili per prendere appunti sul retro, compriamo cartucce per le stampanti eco-compatibili e rigenerate.
Riduzione degli sprechi:
Accendiamo la luce solo se strettamente necessario. Per esempio ho trovato un'utilissima luce led con attacco USB che mi illumina la tastiera, così posso scrivere anche in luoghi poco illuminati (la luce dello schermo contribuisce all'illuminazione).
Stampiamo mail e documenti solo se non possiamo usufruirne su PC.
Riduciamo aria condizionata e riscaldamento nel luogo dove lavoriamo. D'estate può essere meglio (per l'ambiente e la nostra salute) lasciare le finestre aperte, invece di attaccare l'aria condizionata. Oppure scegliere di lavorare in un luogo pubblico adeguatamente raffreddato (bar, zone relax dei centri commerciali, biblioteche). Discorso analogo per il riscaldamento. A meno che abitiate al Polo Nord, è sufficiente abbassare la temperatura di un paio di gradi e indossare una maglia più pesante.
Leggiamo libri e riviste on-line (o procuriamoci un abbonamento, è più eco-friendly ancora della lettura digitale)
Ottimizziamo gli spostamenti in auto, in modo da non percorrere tratti inutili e deviazioni lunghissime. Se possibile preferiamo mezzi di trasporto meno inquinanti.
Diminuzione dell'inquinamento:
Riduciamo i rifiuti, tramite il riciclo, ottimizzando gli sprechi.
Smaltiamo correttamente i prodotti pericolosi (vedi i toner delle stampanti e i prodotti di tecnologia come cellulari, palmari e affini).
Riduciamo l'inquinamento acustico! Spesso il silenzio è il migliore compagno per lavorare.
Come vedete, bastano un minimo di organizzazione e di buona volontà per abituarci a lavorare e vivere in modo più rispettoso per l'ambiente, oltre che più leggero per le nostre tasche.
Sono curiosa di sentire anche i vostri di consigli.
29 giugno 2012
Lavoro da casa e sono una mamma
Appartengo alla schiera di mamme fortunate che lavorano da casa, pur con tutti i pregiudizi e le difficoltà che comunque esistono.
Adesso che si avvicinano le vacanze scolastiche e che anche gli eventuali nonni hanno bisogno di un po' di riposo, lavorare da casa può essere un'arma a doppio taglio. Se i bambini sono ancora piccoli lavorare può diventare molto difficile.
Occorrono molta pazienza e organizzazione.
Bisogna darsi delle priorità, delle tempistiche verosimili, che tengano conto possibilmente di eventuali intoppi causati dalla prole. Se possibile, è anche bello poter trascorrere più tempo con la famiglia, con i bambini, che già durante il periodo scolastico vediamo poco, prese da mille impegni.
Mi sto organizzando anch'io: nonostante la disponibilità dei nonni ho deciso di tenere con me i bambini qualche giorno per fare qualcosa insieme a loro.
Ma come fare a trovare un equilibrio per tutto e tutti? Non possiamo nemmeno trascurare lavoro e clienti, né soccombere in preda a crisi isteriche, lavorare ad orari impensabili, dormire poco e nulla.
Le donne in genere sono capaci di trovare la giusta organizzazione, il posto per tutto e tutti.
Vi segnalo un post (un po' datato ma sempre utile e attuale) di Mariaelena, mamma che lavorava e correva tutti i giorni, che ha deciso di cambiare e lavorare da casa.
Da mamma che lavora da casa ha alcuni consigli per tutte noi. In fondo alcuni di questi problemi ci sono tutto l'anno, solo che l'estate li accentua.
Premettendo che lavorare da casa non è semplice né sempre fattibile, ecco i suggerimenti di chi ci ha provato (con successo):
E’ molto importante progettare attentamente il lavoro in casa. Molto spesso, soprattutto il Lunedì mattina, in casa mia sembra passato un tornado forza 5: tutti i giochi di mio figlio sono sparsi sul tappeto del salone, la cucina è da rimettere in ordine e molti lavori di casa attendono di essere svolti. Ma io devo mettermi al pc ed avere i paraocchi per tutto il resto.
- Quante ore dedicare al lavoro e quante alla famiglia?
Con buona pace di chi leggerà questo articolo, di solito mi trovo a riordinare quando sono al telefono. Con una mano la cornetta, con l’altra la scopa…ma anche questo è un modo di conciliare lavoro e famiglia no??!! A parte gli scherzi, all’inizio non sarà semplice trovare una mediazione ma col tempo tutto diverrà più semplice.
Occorre organizzare un luogo specifico in casa da dedicare esclusivamente al lavoro.
- Lo spazio del lavoro in casa
L’ideale sarebbe avere una stanza apposita in modo da poter chiudere la porta a fine giornata. Se questo non fosse possibile, calcolate lo spazio che vi occorre per mettere in ordine fogli, fascicoli, cancelleria, il pc…fate in modo che l’angolo dedicato al lavoro sia ben separato da tutto il resto. Possibilmente ci vorrebbe un grande tavolo in un posto poco in vista in modo da poter tenere tutte le cose a portata di mano senza avere la sensazione costante che sia tutto in disordine: il telefono, il pc, il foglio col planning settimanale, l’agenda, la stampante, una cassettiera o un piccolo armadio per contenere ciò che serve.
La voglia di dimostrare che ce la potete fare, che potete essere brave professioniste anche senza il vostro ufficio, non deve farvi lavorare il triplo di prima! Il vostro ufficio in casa apre alle 8:30, alle 10:00 concedetevi la pausa caffè, alle 13 la pausa pranzo e così via. Rimodulate gli orari in base a questo nuovo cambiamento. E se la pausa pranzo prima durava 1 ora e adesso solo 35 minuti, tenetene conto alla fine delle vostre ore di lavoro. Datevi degli orari fissi in cui accendere e spegnere il pc, in cui rispondere al telefono e segnare appuntamenti e scadenze.
- Attenzione a non strafare
Il vostro status sociale cambierà.
- Lavorare da casa non è facile come sembra
Ci saranno persone che vi chiederanno di svolgere servizi supplementari (andare alla posta, in banca, accompagnare i bambini a nuoto…) pensando che siete più libere visto che “tanto stai a casa!!”
Voi cambierete.
A volte vi sentirete più stressate di prima. Anche quel collega che proprio non sopportavate vi mancherà. Le piccole manie dell’ufficio vi mancheranno. Vi mancherà il rapporto con gli altri.
Per questo motivo sarebbe fondamentale poter tornare sul posto di lavoro una o due volte a settimana in modo da non sentirsi tagliate fuori dal mondo.
Non lavorate in tuta da ginnastica
Di certo in casa non è comodo mettere il tailleur e i tacchi da ufficio…ma nemmeno la tuta da ginnastica. Vi mancheranno i tacchi 12…
Il post completo lo trovate qui, buona lettura.
7 giugno 2012
Le passioni, il lavoro, la crisi
Non raccontiamoci storie, la crisi c'è e il lavoro è difficile da trovare.
Ci sono molti che hanno avuto il coraggio di inventarsi un nuovo modo di vivere e di lavorare. Ma, come diceva Don Abbondio, 'Il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare'. Nel senso che non sempre è possibile fare il grande salto, lasciare tutto e tutti e cambiare vita.
Per certi versi io il salto l'ho fatto e ne sono felice. Quando però il lavoro latita come in questo periodo rifletto e mi chiedo se ho fatto la cosa giusta. In realtà la risposta la conosco già ed è affermativa. Mi chiedo però cosa ci sia che non va se all'improvviso tutti si sono dimenticati di me.
Devo propormi in un modo diverso? Studiare nuovi settori lavorativi? Mettere in pratica alcuni dei milioni di suggerimenti che ho imparato studiando il marketing? Avere pazienza e fiducia?
Sicuramente non abbassare le tariffe o svendermi, farei il bene altrui e non il mio. In fondo si lavora per soddisfazione personale, certo, ma soprattutto - soprattutto in questo momento - per vivere e arrivare a fine mese. Lo dissi in un colloquio lavorativo al capo del personale dell'azienda che mi aveva contattato. La soddisfazione personale può esserci anche senza lavoro, inteso come lavoro per la sopravvivenza.
In ogni caso, durante le mie riflessioni mi sono imbattuta in questa intervista a Giancarlo Livraghi, pubblicitario milanese, sui temi del marketing e del lavoro.
Mi sento di condividere in pieno quello che afferma rispondendo all'ultima domanda (i grassetti sono miei):
Come dice Austin Kleon nel suo libro. 5° comandamento: Side projects and hobbies are important.
Capito Vale?
Ci sono molti che hanno avuto il coraggio di inventarsi un nuovo modo di vivere e di lavorare. Ma, come diceva Don Abbondio, 'Il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare'. Nel senso che non sempre è possibile fare il grande salto, lasciare tutto e tutti e cambiare vita.
Per certi versi io il salto l'ho fatto e ne sono felice. Quando però il lavoro latita come in questo periodo rifletto e mi chiedo se ho fatto la cosa giusta. In realtà la risposta la conosco già ed è affermativa. Mi chiedo però cosa ci sia che non va se all'improvviso tutti si sono dimenticati di me.
Devo propormi in un modo diverso? Studiare nuovi settori lavorativi? Mettere in pratica alcuni dei milioni di suggerimenti che ho imparato studiando il marketing? Avere pazienza e fiducia?
Sicuramente non abbassare le tariffe o svendermi, farei il bene altrui e non il mio. In fondo si lavora per soddisfazione personale, certo, ma soprattutto - soprattutto in questo momento - per vivere e arrivare a fine mese. Lo dissi in un colloquio lavorativo al capo del personale dell'azienda che mi aveva contattato. La soddisfazione personale può esserci anche senza lavoro, inteso come lavoro per la sopravvivenza.
In ogni caso, durante le mie riflessioni mi sono imbattuta in questa intervista a Giancarlo Livraghi, pubblicitario milanese, sui temi del marketing e del lavoro.
Mi sento di condividere in pieno quello che afferma rispondendo all'ultima domanda (i grassetti sono miei):
C’è un po’ di retorica nel pensare “solo” ai giovani, quando la situazione sta pesando su tutti. È diffusa, per esempio, la barbara stupidità per cui una persona di cinquant’anni, che in qualche pasticcio della “crisi” ha perso il lavoro, si sente dire che “è troppo vecchia” per poterne avere un altro. Così si perdono energie importanti – e si rischia anche di togliere il sostegno della famiglia ai giovani che non hanno ancora trovato un lavoro.E vorrei aggiungere, bisogna perseguire le proprie passioni, il proprio istinto, anche se sembrano non portare mai da nessuna parte. Fatevi un giro sul web. Troverete decine di persone le cui passioni ora sono divenute un lavoro. Soprattutto donne.
Comunque – ai giovani direi, prima di tutto, di non scoraggiarsi. Non per stupida “bonomia”, ma perché (nonostante la “crisi” e i mille perversi modi in cui se ne approfitta per trattare in modo umiliante chi cerca lavoro) le occasioni ci sono e ci saranno.
Ma per trovarle ci vuole impegno. Chi nell’attesa si rassegna – e si rifugia negli ozi distratti del carpe diem – si vedrà inevitabilmente sorpassato da chi invece si impegna a migliorare la sua formazione.
In ogni caso è sempre utile studiare. Non solo a scuola. L’importante è sapere che ciò che conta non è un “pezzo di carta”, un diploma o una laurea. È quello che impariamo e rimane in noi come patrimonio personale. Serve leggere, ascoltare, guardare, partecipare, capire. Allargare in tutti i modi possibili la propria cultura, con insaziabile curiosità – e continuare per tutta la vita. Non è una banalità, è un fatto, che non si finisce mai di imparare.
Non è mai del tutto vero che il lavoro “non si trova”. Non è facile, ma non è impossibile. La fatica, l’attesa, le delusioni possono essere snervanti – ma, presto o tardi, le occasioni ci sono. Occorre allargare la prospettiva, per scoprire anche percorsi diversi da quelli che si avevano in mente. Avere continuamente attenzione, ostinazione e pazienza – per capire dove si nascondono le possibilità. C’è il rischio che passino inosservate mentre si sta guardando da un’altra parte.
Come dice Austin Kleon nel suo libro. 5° comandamento: Side projects and hobbies are important.
Capito Vale?
31 maggio 2012
Terremoto
Un post fuori tema, ma doveroso.
Ho amici e conoscenti che vivono in quella zona colpita.
Il terremoto l'ho studiato a scuola e l'argomento mi aveva appassionato. Tutto quello spostamento di zolle che cambia il volto alla Terra. Quello che sui libri non è riportato sono le conseguenze dei terremoti, la paura, l'impotenza, le grida, i pianti di chi non ha più nulla, gli sguardi impauriti dei piccoli e degli anziani.
Il terremoto mi fa paura. Sono "donna di scienza" ma mi fa paura lo stesso. Perché è imprevedibile, indomabile, irregolare.
Mi riporta alla mente il già più volte citato Leopardi e il suo "Dialogo della Natura e di un Islandese", in cui è chiaro che l'uomo non può fare nulla contro la natura, anche se si illude e si sforza di controllarla, aggiungo io.
Non servono altre parole, solo un pensiero a tutti coloro che sono stati colpiti in misura minore o maggiore. E un augurio. Che l'incubo finisca presto.
Ho amici e conoscenti che vivono in quella zona colpita.
Il terremoto l'ho studiato a scuola e l'argomento mi aveva appassionato. Tutto quello spostamento di zolle che cambia il volto alla Terra. Quello che sui libri non è riportato sono le conseguenze dei terremoti, la paura, l'impotenza, le grida, i pianti di chi non ha più nulla, gli sguardi impauriti dei piccoli e degli anziani.
Il terremoto mi fa paura. Sono "donna di scienza" ma mi fa paura lo stesso. Perché è imprevedibile, indomabile, irregolare.
Mi riporta alla mente il già più volte citato Leopardi e il suo "Dialogo della Natura e di un Islandese", in cui è chiaro che l'uomo non può fare nulla contro la natura, anche se si illude e si sforza di controllarla, aggiungo io.
Non servono altre parole, solo un pensiero a tutti coloro che sono stati colpiti in misura minore o maggiore. E un augurio. Che l'incubo finisca presto.
29 maggio 2012
Sicurezza, questa sconosciuta
Conosciamo la sicurezza per lo più quando sentiamo o leggiamo notizie relative a incidenti sul lavoro.
Come se la sicurezza esistesse solo grazie alla sua assenza: si è verificato un infortunio perché la sicurezza era assente.
Quello che la maggior parte di noi ignora, è che la sicurezza deve essere una costante nella nostra giornata lavorativa. Nei vari corsi sulla sicurezza che tengo, i partecipanti (dai ragazzi con contratto di apprendistato, agli artigiani, a persone di formazione e posizione lavorativa elevate) spesso ignorano le più elementari regole della sicurezza.
Non si tratta qui di conoscere a memoria la - ormai obsoleta - 626 o, meglio, il Testo Unico sulla Sicurezza, né di sapere come comportarsi se il nostro collega si è fatto male.
Quello che manca è la consapevolezza del fatto che la sicurezza è intrinseca alle operazioni lavorative, di qualsiasi tipo. Il Testo Unico mira a introdurre una specie di sistema di gestione della sicurezza all'interno del processo lavorativo, in modo da renderla inglobata ad esso. Se imposto il mio modo di lavorare nel rispetto della sicurezza, allora posso lavorare in sicurezza senza accorgermi.
Questa la teoria.
Nella pratica, invece, spesso la sicurezza è considerata come una cosa distante, fatta di leggi e norme da rispettare. E' usata come motivo per lamentarsi del datore di lavoro che non fornisce i dispositivi di protezione. Manca del tutto la coscienza dei propri diritti e doveri nell'ambito sicurezza sul lavoro.
La sicurezza è usata spesso come arma di ricatto dai datori di lavoro, questo purtroppo deve essere detto. Quello lì si fa male una volta al mese per non lavorare, ti sei fatto male ma non dirlo altrimenti ti licenzio, se vuoi i dispositivi di protezione comprateli, non fare storie non è mica pericoloso. E affermazioni analoghe.
Non sto inventando, solo riportando episodi a cui ho assistito o che mi sono stati riportati dai partecipanti ai miei corsi.
La coscienza della sicurezza e il buon esempio devono venire dall'alto, dalla classe dirigente, dal capo. Se questi non effettua la valutazione del rischio, non mi informa e non mi addestra, minimizza i pericoli, non sostituisce i macchinari pericolosi, non acquista i dispositivi di protezione adeguati, io lavoratore avrò poco da fare, purtroppo.
Non parliamo poi degli atteggiamenti nei confronti degli stranieri. Spesso la formazione si riduce alla firma di un foglio in cui sono elencati in un linguaggio burocratico (incomprensibile anche per gli italiani) gli obblighi dei lavoratori e poche nozioni sui dispositivi di protezione.
Certo, tutte le aziende hanno l'obiettivo "infortuni zero" e lo monitorano con grafici colorati, statistiche e presentazioni. L'atteggiamento corretto però tocca le situazioni reali, va incontro ai lavoratori invece di penalizzarli.
Più di sessant'anni fa il mio bisnonno è morto cadendo da un'impalcatura. Oggi non siamo così migliorati, nonostante leggi, corsi e burocrazia.
Siamo ancora molto molto lontani dall'obiettivo "infortuni zero". Basta ascoltare il telegiornale per rendersene conto.
Come se la sicurezza esistesse solo grazie alla sua assenza: si è verificato un infortunio perché la sicurezza era assente.
Quello che la maggior parte di noi ignora, è che la sicurezza deve essere una costante nella nostra giornata lavorativa. Nei vari corsi sulla sicurezza che tengo, i partecipanti (dai ragazzi con contratto di apprendistato, agli artigiani, a persone di formazione e posizione lavorativa elevate) spesso ignorano le più elementari regole della sicurezza.
Non si tratta qui di conoscere a memoria la - ormai obsoleta - 626 o, meglio, il Testo Unico sulla Sicurezza, né di sapere come comportarsi se il nostro collega si è fatto male.
Quello che manca è la consapevolezza del fatto che la sicurezza è intrinseca alle operazioni lavorative, di qualsiasi tipo. Il Testo Unico mira a introdurre una specie di sistema di gestione della sicurezza all'interno del processo lavorativo, in modo da renderla inglobata ad esso. Se imposto il mio modo di lavorare nel rispetto della sicurezza, allora posso lavorare in sicurezza senza accorgermi.
Questa la teoria.
Nella pratica, invece, spesso la sicurezza è considerata come una cosa distante, fatta di leggi e norme da rispettare. E' usata come motivo per lamentarsi del datore di lavoro che non fornisce i dispositivi di protezione. Manca del tutto la coscienza dei propri diritti e doveri nell'ambito sicurezza sul lavoro.
La sicurezza è usata spesso come arma di ricatto dai datori di lavoro, questo purtroppo deve essere detto. Quello lì si fa male una volta al mese per non lavorare, ti sei fatto male ma non dirlo altrimenti ti licenzio, se vuoi i dispositivi di protezione comprateli, non fare storie non è mica pericoloso. E affermazioni analoghe.
Non sto inventando, solo riportando episodi a cui ho assistito o che mi sono stati riportati dai partecipanti ai miei corsi.
La coscienza della sicurezza e il buon esempio devono venire dall'alto, dalla classe dirigente, dal capo. Se questi non effettua la valutazione del rischio, non mi informa e non mi addestra, minimizza i pericoli, non sostituisce i macchinari pericolosi, non acquista i dispositivi di protezione adeguati, io lavoratore avrò poco da fare, purtroppo.
Non parliamo poi degli atteggiamenti nei confronti degli stranieri. Spesso la formazione si riduce alla firma di un foglio in cui sono elencati in un linguaggio burocratico (incomprensibile anche per gli italiani) gli obblighi dei lavoratori e poche nozioni sui dispositivi di protezione.
Certo, tutte le aziende hanno l'obiettivo "infortuni zero" e lo monitorano con grafici colorati, statistiche e presentazioni. L'atteggiamento corretto però tocca le situazioni reali, va incontro ai lavoratori invece di penalizzarli.
Più di sessant'anni fa il mio bisnonno è morto cadendo da un'impalcatura. Oggi non siamo così migliorati, nonostante leggi, corsi e burocrazia.
Siamo ancora molto molto lontani dall'obiettivo "infortuni zero". Basta ascoltare il telegiornale per rendersene conto.
Iscriviti a:
Post (Atom)




